India. Per vedere l'elefante - Approfondimento


India. Per vedere l'elefante

Intervista a Stefano Faravelli

In questa intervista Faravelli racconta la sua "visione dell'Elefante" e alcuni segreti della sua arte.

Come lasci intendere con l'apologo iniziale, attraverso le tavole del tuo lavoro si compone a poco a poco il quadro del grande Elefante-India, creatura gigantesca e metafisica che si rischia di conoscere solo in parte. Senza svelare troppo il mistero, quale aspetto dell'Elefante ti ha colpito maggiormente?

In linea con l'apologo, che è un'implacabile critica alla visione parziale di ogni fanatico, il punto non è indicare questo o quell'aspetto dell'Elefante; ciò che mi interessava davvero era la visione d'insieme: l'Elefante, il grande animale metafisico, ricomposto.

Fuor di parabola, raccontare con penna e pennello non soltanto come le differenti esperienze religiose in terra indiana hanno modellato il paesaggio, l'antropologia, il rapporto tra uomo e natura, ecc., ma anzitutto come queste esperienze abbiano interagito, si siano incontrate (e scontrate), incarnate a volte in figure umane straordinarie, veri luoghi di concordia, che hanno segnato la storia spirituale di questo paese.

Un caso emblematico quello di Dara Shikoh dalla cui tomba ha avuto inizio il mio pellegrinaggio/libro, il principe moghul che scrisse un trattato sulla confluenza di induismo e islam, indicandone l'unità trascendente, e che finì decapitato a Delhi.

Dai mappamondi medievali ai carnet di Van Gogh, che voleva "catturare le cose nel loro accadere", passando per Chatwin, maestro dell'annotazione itinerante e grande compilatore di Moleskine. Ci sono maestri o riferimenti costanti nel tuo lavoro?

I mappamondi medievali sono una grande fonte di ispirazione: il loro essere assai più un supporto di meditazione che uno strumento per orientarsi tra meridiani e paralleli, il loro contenuto simbolico me li rendono paradossalmente più prossimi di tanti autori moderni, troppo schiacciati sul presente, sull'accadere.

E forse, più che a Van Gogh, mi sento vicino ai grandi autori dei carnet XIXéme siècle, ai tanti anonimi che seguivano le spedizioni scentifiche degli esploratori, ma anche a Delacroix, a Henry Walter Bates, al Gauguin di Noa Noa...

Sfogliando i tuoi carnet si avverte quasi il tentativo di "ricomporre" un mondo. E, allo stesso tempo, si avverte anche l'espressione di una grande libertà creativa, che di quel mondo porta a cogliere gli aspetti essenziali. Come componi la pagina?

Torno ai miei amati medioevali: racchiudere il mondo in un libro e offrire al lettore il miracolo di un viaggio da fermo, questa è la scommessa dei miei carnet. La pagina deve contrarre il tempo e lo spazio per poterlo poi sprigionare sul doppio versante narrativo e simbolico. La magia del carnet è in questa sorprendente mimesi del cammino nata dall'incrociarsi di segno, disegno, scrittura, apporti oggettuali ...


(Data di pubblicazione: 12 novembre 2007)