Mostre personali
De Contrapuncto Triumphi (lib. III)
...trionfal carro a gran gloria conduce...
Francesco Petrarca
Nel solco delle “imprese” rinascimentali, quelle figure che volevano essere anzitutto immagini di concetti, illustrazioni di metafore, in quel solco, appunto, vedo sfilare le mie tigri & istrici & oche & camaleonti & giraffe ; ciascuna ibrido di parola e di figura: istrice come inaccessibile, giraffa come enormis atque novus, il religioso elefante, la tigre fearful symmetry e ancora, pecore, lepri, tartarughe, formichieri...
A questo bestiario dall’araldica un pò sbilenca, fanno contrappunto trabicoli, carretti recanti doni, troni o navi su ruote, locomotive.
Come in certe immagini devozionali indostane o nell’iconografia dei trionfi che hanno sfilato per secoli nella pittura d’occidente prima di essere riposti nelle rimesse dell’oblio o sopravvivere nel triviale carnevalesco, così ecco a voi una solenne processione di virtù in disarmo, di intenzioni figurate, di insegne singolari.
Ciascuno di questi nuovi “trionfi” si rivolge ai sensi e all’intelletto chiedendo di essere decifrato: ciascuno con il suo piccolo alone di mistero che chiede udienza sul gran Theatro della Pittura.
Caro Francesco Petrarca,
era inevitabile che un giovane artista italiano,
Stefano Faravelli da Torino,
invocasse te e le tue muse, visto che intitola la sua mostra
“De contrapuncto Triumphi” (libro III°) e si ricordi di citare il tuo
“Trionfal carro a gran gloria conduce” per andare a parare
in quei bellisssimi musei piuttosto stravaganti per via di quelle
stanze chiamate “Wunderkammer” da me molto amate.
Quando vado dalle parti del castello di Ambraaz,
poco lontano da Innsbruck io contemplo -
posso dire religiosamente?, tanto lo dico
- le bellezze e le follie che sono passate per la testa di quegli artisti.
Ispirandomi dunque alla tua Laura e alle predilette
“ Wunderkammer” o stanze dei sogni prelibati,
Faravelli Stefano disegna, da padre eterno,
un istrice che trascina un elegante carretto nel quale
sta posato un nipotino dell’istrice, cioè una pianta grassa
con tanto di aculei e lo porta a spasso per le colline che
circondano la sua città, Torino.
Ti racconto la sua mostra, caro Francesco?
C’è, sempre che a Dio piaccia, una cavalcata
dolcissimamente amorosa tra due leprotti o coniglietti i quali,
per dar sfogo al detto “fotte come un coniglio”
se la stanno dando a gambe tirandosi dietro una elegante
minuscola carrozza con le ruote a raggi in cima alla quale
sta, ferma come un sasso, una tartaruga.
Ora, amore a parte, qui entra in gioco anche la logica
della matematica, perchè se è vero che una tartaruga
si muove molto lentamente, è anche giusto darle una mano
perchè raggiunga,se mai aveva un appuntamento,
- d’amore anche lei - il più velocemente possibile la pineta
che le è stata assegnata da chi la sta aspettando.
C’è poi, stanza sublime,in legni pregiati,al centro
della quale ci osserva una pecora made in Britain
con tanto di bandiera sul dorso, la quale si tira dietro
una gran bella vasca da bagno in rame...
E poi cosa, di questi tuoi e suoi “Trionfi”?
Una tigre, forse perplessa, che come tutti gli altri primo attori,
trasina verso altri lidi un veliero montato su ruote.
Smetto di raccontare cosa ha inventato, nel corso dell’anno 2000,
Stefano Faravelli, per parlare della sua bravura
di equilibrista della bravura.
Dove andremo a finire di questo passo?
Dovremo buttar via e disperdere, nell’acqua alta,
tutte le pessime Biennali di questi ultimi anni,
le stupidaggini inventate dalla Pop Art, le incapacità più
volte dimostrate dai pittori che non sanno dipingere,
nè stare in quel mondo della bravura per invocare,
oltre ai versi di te, Francesco Petrarca, anche la bravura di
Faravelli nel dipingere: cosa che, da tempo,
non si faceva più vedere.
Fammi la grazia, Faravelli che non sei altro,
continua ad esser bravo come lo è il santo padre tuo.
Giorgio Soavi