Mali pagine d'acqua e di sabbia

Mostre personali

Mali. Pagine d'acqua e di sabbia

Como 2005/2006
“(…) Sous la brume froide, -Dans un grand palais sombre,-
Une déesse en pierre noire à la tête de lionne - Me fit voir le
Soleil africain sur le sable brûlant.
Je lisais les livres du Maître avant de savoir l’arabe.
Je le vis lui-même avant de connaitre son nom.” ‘

Abdul-Hâdî (John Gustav Agelii)
Da “Pages dédiées au soleil, sahaïf shamsiyah. 1911

Abbiamo tutti una carta del mondo e dunque un’Africa Regio, nella camera della mente, formata nei lunghi e inerti pomeriggi infantili, nelle nostre remote insonnie di adolescenti.
Per la mia generazione, ancora parzialmente sottratta al soffocante abbraccio catodico, la terra emergeva leggendaria, scaturita dalla potenza evocatrice di parole e figure.
Nel caso mio, poi, il segreto atlante interiore fu frutto di un’infanzia irretita dal fascino anacronistico delle fotografie sbiadite dell’Enciclopedia dei Fanciulli appartenuta a mia madre bambina, o dalle mirabili incisioni di Jules Verne o del Tour du Monde, nelle belle edizioni polverose ereditate dai nonni.
Che attrazione potevano avere, per me, le pagine degli atlanti scolastici degli anni sessanta, con le loro tristi fotografie di paesaggi già immolati al Regno della Quantità, al dogma illusorio delle meravigliose possibilità del riscatto industriale illimitato?
Non ricordo maggior voluttà del contemplare, disteso sul letto,un pomeriggio d’estate, (con le persiane abbassate), una cromolitografia -zum artikel Afrika del Lexicon di Meyers (Leipzig)- dove erano catalogati con acribia entomologica i ‘tipi’ delle principali ‘razze africane’.
A quella prima Africa, ( ma vi furono anche un India e una Cina ), emersa come una farfalla dal bozzolo dove fu a lungo sognata, altri fili, in un’ incessante secrezione di incontri, di storie, di parole, di immagini, dettero nel tempo nuova linfa e corpo e pensiero.
Questa terra mentale, a ben pensarci, è la stella polare dei viaggiatori. E’ alla ricerca di quella stella che Ibn Battûta, il jawwâla (giramondo) prese la via del Bilâd Al Sawdân o che Renè Caillè partì alla volta della Regina delle Sabbie.
E poiché si viaggia sempre sulle orme di qualcun altro, alla costruzione di quell’Africa personale di cui siamo demiurghi, altri hanno contribuito, con i loro sogni e le loro storie.
Il Mali se ne stava acquattato in quest’Africa ancora indistinta; quando ne balzò fuori non emerse come quella nazione i cui confini furono tracciati, l’anno in cui venni al mondo, a colpi di righello sui frantumi dell’ A.O.F., l’ex impero coloniale francese ( una bandiera bruttina, un PIL tra i più miseri del globo ), emerse piuttosto come quell’incerta regione che nella mappa di Sebastian Munster (1540) corrisponde a Regnum Melli (a Oriente di Casimansa Regio, tra Gambrae e Senegae); la attraversava un fiume dai molti nomi Dhiolibà, Mayo, Eghirreu, Isa, Kuara, Baki-n-rua, altrimenti detto Niger, verosimilmente popolato da ippopotami e coccodrilli.
Inoltre vi si trovava una città chiamata Timbuktù o Tombouctou o anche Tembouctù (ma l’atlante catalano ha più semplicemente Tembuc).
L’avevo immaginata a oriente, difesa dalle truppe del Mahdî, contro le rosse divise coloniali di Gordon Pashà. Errore. Quella era Khartûm! Entrambe secondo l’Enciclopedia dei fanciulli erano in Sudan: ma di Sudan, scoprivo, ce n’erano due, uno occidentale e l’altro orientale.
Per me bambino, il colonialismo del diciannovesimo secolo, emanava ancora una pallida luce di stella spenta.
Ho poi scoperto, studiando arabo, che Sudan non ha nulla a che fare con una direzione dello spazio, bensì con un colore, il nero: Balâd al Sawdân è la contrada dei neri, il nome che gli arabi hanno dato alle terre a sud del Sahara; e che altri chiameranno nigrizia.
Repertorio inesauribile di scoperte e delizie fu, allora, il “Viaggio nel Sudan Occidentale del signor Mage, luogotenente di vascello (1863-1866)” ne “il Giro del Mondo” giornale di viaggi, geografia e costumi; Milano, Treves 1868. Avrei dato volentieri un braccio per trovarmi fianco a fianco dei Talibè nella foresta di Borassus Tunicata a pagina 233, e inorridivo alla vista dell’estremo supplizio al Segoù dove si vede un Sofà (un pretoriano di Ahmadù ) che sta per calare la spada sguainata sul collo di un malcapitato prigioniero inginocchiato tra teschi ed ossa.
Memorabile l’incontro, a Segoù, tra il Mage e Ahmadù (proprio il figlio di quel Hajj ‘Omar Tall, il fondatore dell’impero Toucouleur, con un pronipote del quale ho amabilmente conversato a Bandiagara…)
Il Fama africano, sospettoso delle attenzioni di quel falso ambasciatore e presentendone le mire coloniali, si presentò circondato dalla sua feroce guardia armata e dai suoi notabili in consiglio, “ col loro fucile in tutte le posizioni possibili e abbigliati in tutte quante le fogge immaginabili”, commenta con malcelata supponenza e un giustificato disagio il signor Mage.
L’atmosfera è gravida di inquietudine, ma il nostro si produce in un magistrale “coup de théâtre”: estrae dalla tasca… il suo carnet de voyage ! : il re, sfogliandolo, si distese e “fece le più alte meraviglie al vedere le figure e i tipi da me disegnati”.
In un altro volume della amata raccolta (Vol.XVI,1872.) era il dottor Barth a raccontare il suo viaggio, di come giunse a Timbouctou, “travestito da arabo, anzi da sceriffo”, come del resto prima di lui aveva fatto Caillè.
Di quest’ultimo ricordavo la singolare astuzia che lo spinse, per ritrarre inosservato vedute di Timbouctou, ad intercalare pagine di un corano ai fogli del suo diario ( fu sanzione a tanta empietà l’ostracismo tributato in patria al suo ‘journal d’un voyage à Tombouctù et à Jenné’ ? )…
Sapevo inoltre, a riprova di quanto fosse rischioso il viaggio verso la ‘regina delle sabbie’, che a metà strada tra Kabara e Timbouctou vi è “un macchione, che porta il nome espressivo di: Non ode , vale a dire che è sordo alle grida della vittima”;(il macchione è oggi un boschetto di eucalipti frutto di un precario progetto di rimboschimento statale).
Vennero poi i giorni delle letture storiche e antropologiche, l’incontro con Amadù Hampaté Bà, l’ultimo dei griots l’irenico e profondo cantore dell’Islam africano, ma è sulle pagine di quei tomi polverosi che ho imparato i nomi e le caratteristiche delle genti di quella regione; Tuareg, Mauri, Fullani, ( i Peul ), Sonray ecc, che ho covato storie di sogni e visioni di imperi.
A Timbouctou ho poi cercato e trovato qualcosa di questa prima Timbouctou sognata, come di altre venute dopo: quella libertina di Louis Charles Royer che vi ambienta torbidi amori coloniali o quella di Seabrook che narra l’epopea di Yakuba, il monaco che gettato il saio arrivò ad un pelo dal convertirsi all’ Islâm (solo il Pernod lo fermò) e la cui tomba ho invano cercato nell’abbandono del cimitero cristiano dietro Sidi Bekay.
Devo confessare che allora, ben più dei testi erano le illustrazioni e annesse didascalie il vero magnete di quei libri: supporto delle mie domestiche ‘composizioni di luogo’, tutte quelle belle incisioni erano ricavate dai disegni originali tratti dagli album dei viaggiatori. L’idea che a tracciarli fossero stati loro, il Mage o il Barth , come suggerivano le didascalie, mi pareva la risposta più incoraggiante alle mie incertezze vocazionali: non avrei fatto o il pittore o l’esploratore, ma sarei stato inch’Allâh, l’uno e l’altro .
Stefano Faravelli 2005