Mostre personali
Nel Regno Segreto
Di Capelli e di corde
E' miticamente credibile che Stefano Faravelli sia in grado di dipingere un intero pezzo di compensato o di tel usando per pennello un capello, presumibilmente corto. Oppure un perlo di coniglio (cuniculi capillus) strappato in modo indolore. La larghezza di una cruna di un ago da cucitrice casalinga con gli occhi infiammati sarebbe già eccessiva , per lui.
Riflettiamo, però. L'abilità, anche assunta a maestria, non è tutto. Con pazienza, anno per anno, provando e riprovando, anche un ergastolano può impadronirsi di una tecnica che gli consenta di dipingere con un capello, ricordo amorevole di una sua vittima. Analogalmente, lo stesso uomo paziente, disoccupato e senza famiglia a carico può, da un violino privo di corde, eccetto una sola, pervenire a estrarre qualche accordino.
Diversa è la cosa se il violinista stravagante si chiama Niccolò Paganini. A guardarlo nei ritratti si pensa: è lui stesso il violino a una corda, è lui stesso l'archetto, è lui stesso il suono...
E forse non è neppure impossibile in una certa occasione (la teoria lo esclude) guidare in pista un bolide da corsa con un solo piantone dello sterzo, senza diventare fumo. Il pilota che fece questo, tuttavia, alla Coppa Brezzi nel 1946, si chiamava Tazio Nuvolari, che nel genere resta un fenomeno unico. Le abilità esistono, virtuali, in numero infinito, e ogni tanto s'incarnano in esseri umani, visibilmente. Il loro coniugarsi con la genialità, la metamorfosi della prodezza in arte, resta un eliso per solitari. La corda unica di violino può darsi vidrabonda a più d'uno: tutto cambia però se il coniuge è Paganini. Lo sterzo del bolide è un oggetto brutale e perfino omcida (sensibile è sensibile): ma uno solo per circa un quarto di secolo ne fece un simbolo in chiave di sogno dell'avventura umana: Tazio Nuvolari di Castel d'Ario. Il grigio a me appare un colore in arte impossibile, sgradevole, appena accettabile in forma di cappotto di calzoni, un tormento spremerlo dal tubetto: ma ci fu uno che riuscì a trasformarlo in leggerezza e leggenda di unicorno: Goya, l'atleta aragonese.
Ecco dunque.
Dall'arte di dipingere con un capello, o qualsiasi cosa sottile che si avvicini al suo diametro, non mi sento di escludere altri, penso che ce ne siano, dentro e fuori, sebbene non ne conosca.
L'impossibile che si fa per un caso solo possibile, l'irraggiungibile viene per vie non diritte di solitudine, è dilatare la dimensione del Capello-che-dipinge alla misura di un mondo interiore, sia unitario che in schegge, farne il lumino spermatico che genera un cerchio e poi un altro e altri ancora di visioni coerenti, meditabili e inimitabili.
E il solo che io conosca in grado di fare questo oggi - dopo secoli che l'alluminatore sacro è svaporato - è Stefano Faravelli, artista torinese.
Guido Ceronetti